Il "Docente per l'Inclusione": Un rischio per il futuro dell'Integrazione Scolastica
a cura di Marina Basile
La proposta di istituire un "docente per l'inclusione" rappresenta un serio rischio per il futuro dell'integrazione scolastica in Italia. Sebbene formalmente presentata come un "riconoscimento lessicale", questa modifica cela insidie profonde che potrebbero stravolgere decenni di conquiste nel campo dell'inclusione. L'ordinamento italiano non riconosce la figura del "docente di sostegno", ma quella del "docente specializzato", assegnato per le "attività di sostegno alla classe" al fine di garantire il diritto all'educazione e all'istruzione degli alunni con disabilità attraverso strategie didattiche e progetti condivisi. Questa è una scelta legislativa precisa, che risale alla Legge 517 del 1977 e che sottolinea la dimensione processuale e dinamica dell'intervento educativo, rifiutando l'idea che il termine "sostegno" richiami caratteristiche intrinseche della persona.
L'introduzione del "docente per l'inclusione" minerebbe questa visione, rischiando di deresponsabilizzare tutti gli altri insegnanti. Il sistema scolastico italiano si fonda sulla corresponsabilità educativa, la collegialità e la contitolarità, dove tutti i docenti assegnati a una classe sono ugualmente responsabili dell'istruzione e dell'educazione di tutti gli alunni. Creare una figura dedicata all'inclusione potrebbe legittimare l'errata percezione che esista una "proprietà educativa" separata, contraddicendo l'architrave del nostro sistema.
Inoltre, la proposta intende estendere il ruolo del "docente per l'inclusione" agli alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES), rivelando una comprensione approssimativa delle diverse situazioni comprese sotto questo acronimo. Questa estensione creerebbe confusione normativa, compromettendo le risorse destinate agli alunni con disabilità e aumentando la spesa pubblica, oltre a rischiare di medicalizzare situazioni che richiederebbero piuttosto interventi didattici inclusivi.
Il sostegno didattico affronta già una grave crisi strutturale e culturale, con un elevato numero di docenti precari e spesso privi di specializzazione, che porta a un inevitabile turnover annuale. In questo contesto, emergono tendenze preoccupanti come la medicalizzazione del sostegno, l'affermazione del "docente à la carte" scelto dalle famiglie e una crescente deresponsabilizzazione dei docenti curricolari.
Per rilanciare l'inclusione scolastica, non servono nuove denominazioni, ma azioni concrete e coerenti. È fondamentale distinguere tra integrazione e inclusione, promuovendo la corresponsabilità e la collegialità dell'intera comunità educante. Le piste da seguire includono: formazione adeguata per tutti i docenti sulle tematiche dell'inclusione, l'adozione di forme organizzative inclusive come la "Cattedra inclusiva" e l'utilizzo di strategie didattiche innovative come la Progettazione Universale per l'Apprendimento (UDL). A questo si aggiunge la necessità di assegnare correttamente le risorse, garantire la continuità educativo-didattica e assumere personale docente qualificato per sconfiggere il precariato.
Marina Basile in qualità di docente specializzata per le attività di sostegno, nonchè vice segretaria per l'Italia meridionale e segretaria regionale del Meda (Movimento Europeo Diversamente abili) ribadisce con forza: "Non possiamo permetterci di indietreggiare su un diritto così fondamentale. L'inclusione si costruisce con azioni concrete e condivise, non con etichette che rischiano di dividere e delegare la responsabilità ad altri."