Il lungo addio a Peppino di Capri: se ne va un'icona della grande musica italiana
di Carlo Coppola
Pare di ascoltarle ancora, le cassette Stereo8, quelle che scattavano con un clic nell'autoradio, capaci ancora oggi di restituire il calore di un'epoca intera, quella che aveva in Peppino di Capri una delle sue voci più riconoscibili.
È morto questa mattina a Villa Castiglione Giuseppe Faiella, per il mondo Peppino di Capri: aveva 86 anni, e avrebbe compiuto l'ottantasettesimo il 27 luglio. Il "lungo addio" non è solo figura retorica: dalla scomparsa nel 2019 di Giuliana Gagliardi, sua storica compagna per circa quaranta anni, la salute di Peppino era andata declinando, senza però mai spegnere la voglia di sedersi al pianoforte, come mostrò l'estate scorsa cantando a sorpresa "Champagne" nel chiostro della Certosa di San Giacomo, già provato dalla malattia.
Bambino prodigio, seppe presto fondere il rock nascente d'importazione americana con la tradizione della canzone partenopea, intuendo che la modernità non tradiva la memoria ma la rilanciava: un'operazione culturale, prima ancora che musicale, che anticipò i discorsi odierni sull'identità come processo vivo, non reliquia da custodire immobile.
Il suo canzoniere resta un piccolo canone italiano: "St. Tropez Twist", "Malatìa", "Voce 'e notte", "Luna Caprese", "Non lo faccio più", secondo trionfo sanremese nel 1976. C'è poi "Roberta", del 1963, dedicata alla prima moglie Roberta Stoppa, incontrata a Ischia. Ma è il 1973 l'anno-cardine, quello di "Champagne" e di "Un grande amore e niente più", primo Leone di Sanremo, nato dal sodalizio con Franco Califano: il "Califfo" consegnò un testo che Peppino rimandò indietro più volte, forse troppo ammiccante per le sue corde, finché dopo cinque notti di lavoro nacque quella che egli stesso definì "la canzone perfetta". Allo stesso modo, non si possono dimenticare le numerose collaborazioni internazionali e anche il fatto che Peppino di Capri abbia aperto e il concerto dei Beatles a Milano. Peppino di Capri aprì, infatti, il primo concerto italiano dei Beatles il 24 giugno 1965 al Velodromo Vigorelli di Milano. In realtà, quel giorno i Beatles tennero due spettacoli, uno pomeridiano (ore 17:00) e uno serale (ore 21:00), ed entrambi furono preceduti dall'esibizione di Peppino di Capri e dei suoi Rockers. L'artista caprese era stato scelto dall'impresario Leo Wachter come principale ospite italiano della tournée. Insieme a lui si esibirono anche Fausto Leali e i Novelty e Maurizio e i New Dada. Quella milanese fu soltanto la prima tappa: Peppino di Capri aprì infatti tutti e tre gli appuntamenti italiani dei Beatles, a Milano, a Genova, e a Roma, facendo innamorare milioni di coppie con la sua musica in tutto il mondo.
Chi, come me, ha dedicato la propria vita al dialogo tra memoria e identità culturale, non può non cogliere in questa scomparsa un richiamo più ampio. La canzone napoletana, di cui Peppino fu interprete sommo, resta un ponte tra i popoli del Mediterraneo: un idioma sentimentale che ha attraversato confini e generazioni, capace di parlare a chi napoletano non è mai stato. È in questa capacità di trasformare la specificità locale in linguaggio universale che si misura, in fondo, la statura di un artista: non nella rinuncia alle proprie radici, ma nella loro trasfigurazione in dono per tutti.
I funerali si terranno nell'ex cattedrale di Santo Stefano, a Capri, l'isola che Peppino di Capri seppe rendere, con la sua voce, sinonimo di un'intera stagione della canzone italiana.